Il rischio della Vetrata Artistica

Minolta DSC

Vetrata artistica realizzata dal Maestro Albano Poli per la Bussola di Bellaria loc. Cagnona

Nel 2000 Jean- Yves Hameline (professore onorario dell’istituto cattolico di Parigi e sacerdote diocesano a Nantes, nato nel 1931 e deceduto nel 2013, teologo) scriveva che “la vetrata, al pari del suono dell’organo o del canto polifonico, non rientra nell’ambito della necessità cultuale”. La vetrata non è indispensabile. Ed è una delle problematiche con cui ci scontriamo ogni giorno quando il potenziale committente deve decidere se fare o non fare una vetrata artistica all’interno di una chiesa, spinto spesso più dalla volontà di risolvere un problema tecnico (come l’ingresso della luce o l’isolamento termico) che di realizzare un’atmosfera adatta al culto, adatta alla liturgia.

Consci di questo anche le nuove progettazioni sembrano sempre tralasciare l’aspetto delle vetrate artistiche, gli architetti non le prevedono, da una parte alla ricerca di una stile minimalista contemporaneo, dall’altra per abbassare il costo o utilizzare il budget per altri virtuosismi architettonici. Dal parroco di campagna alla grande chiesa in centro spesso le vetrate diventano “l’ultimo dei problemi”.

Jean-Yves Hameline comprende però anche che la vetrata artistica non si limita ad essere una “digressione decorativa” o un “sovrappiù edonistico”, comprende che la scelta di inserire e di come realizzare una vetrata artistica è importante e al tempo stesso rischiosa: le vetrate sbagliate possono risultare “ingombranti” e con una resa “aggravata dalla loro specificità di essere e di mostrarsi”. La vetrata artistica è come un oggetto messo sopra un piedistallo in un posto molto visibile: bisogna fare attenzione che non diventi il solo protagonista, sia positivamente che negativamente, che sia in equilibrio con tutto il resto, valorizzandolo, che sia in equilibrio tra l’essere decorativo e l’avere un significato artistico e liturgico. Forse è proprio questo rischio che piano piano non vogliamo più prenderci perchè è sempre più difficile capire come restare in equilibrio.

E’ vero che nei secoli c’è stata “un’acculturazione dell’arte della vetrata” che era supportato “dall’intuizione delle sue potenzialità e dal suo modo originale di simbolizzazione” ma questa acculturazione, specialmente nell’ambito dell’architettura sacra, oggi sembra venir meno, venendo meno lo strumento che nei secoli ha portato i vetratisti europei a trovare sempre una comunicazione attraverso la bellezza.

Se non ci prendiamo il rischio di realizzare qualcosa che dia un contributo attivo e intelligente alla composizione del luogo e di conseguenza dell’anima, qualcosa che esercita un’azione sullo spirito alleggerendo il corpo prima ancora di capire e fare nostro ciò che simbolicamente rappresenta, decidiamo di non realizzare o non inserire un elemento unico, che vive nell’alternanza del giorno e della notte e che al tempo stesso crea un'”abitabilità sensata”, una luce interna nella quale siamo al riparo da questa continua ciclicità, al riparo dall’inesorabilità: un posto dove possiamo essere felici.

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